Servizio Civile Universale

L’Isola Rossa: il Madagascar di Giorgio

Written by Francesca

Un forte rollio dell’aereo mi fa aprire gli occhi, ci metto qualche secondo a realizzare dove sono e poi ricordo: ricordo dove sto andando, anche se questo Dove è ancora sconosciuto. Allora, avido di colori, guardo dal piccolo oblò e contro ogni aspettativa mi ritrovo a terra, l’aereo rallenta sempre più e prima che possa rendermene conto sono in macchina per andare nella mia nuova comunità, sto mangiando il primo dei molti piatti riso e sto gattonando le mie prime parole in una lingua così particolare.

Sono sull’Isola, sono in Madagascar.

Nell’arco di due settimane vengo fionda-lanciato dentro un nuovo popolo, una nuova routine, un nuovo mondo.

La mia vita per nove mesi ruoterà principalmente in tre luoghi: il Foyer, un orfanotrofio femminile che cerca ogni giorno di trattenere parte della gelida pioggia della realtà dal cadere sulle loro teste; sono qui perché i genitori sono morti, perché non le volevano, perché erano troppo poveri per mantenerle, perché sono impazziti o andati in prigione. Restano qui dai cinque anni al conseguimento del diploma superiore e fino a quel temuto momento vivono, mangiano e dormono vicine.

Poi il C.F.P. , un istituto professionale gestito dalle suore, dove qualche centinaio di ragazzi di Ivato e dei villaggi vicini studia matematica commerciale, cucito, pasticceria ed estetica. Lì tre volte a settimana si lotta a si gioca con gli studenti per provare ad insegnarli un po’ di inglese, francese o italiano.

Infine la comunità, il cuore della struttura, in cui insegno alle suore inglese e italiano.

A diciannove anni mi ritrovo insegnante, compagno di giochi e specie rara sotto costante indagine.

Mi sveglio, dalla finestra sento le ragazze correre e prepararsi per andare a scuola, ognuna cerca contemporaneamente nei loro cassetti minuziosamente etichettati; infilano la divisa, mettono lo zaino e all’unisono il primo gruppo scuola, le piccole, esce. Il secondo gruppo ancora ripassa nella sala studio, la grande aula del Foyer, cercano di rubare qualche ultima frase dal libro o parlottano appoggiate agli armadietti. Dieci minuti che fuggono e anche il gruppo professionale entra a scuola. Infine con il terzo gruppo esco anch’io e le accompagno a scuola.

Le ore volano, la mattina salta tra una lezione e l’altra, tra una cinquantina di curiosi occhi bruni nel liceo, alle lezioni di inglese con le suore che si scusano per non aver fatto gli esercizi per casa.

Arriva finalmente il pranzo e si chiacchiera trilingue insieme su come è andata la mattinata o chi ha fatto sparire a colazione la tazza del Vaticano. Un caffè all’italiana e si va a riposare, a preparare le lezioni o a giocare con le bimbe prima che tornino a scuola dopo la pausa sakafo (pasto).

I giorni scappano, ti alzi e qualche minuto dopo stai dando la buonanotte a tutti, ti lamenti con le suore del lunedì e qualche ora dopo stai salutando il weekend la domenica sera.

Quando posso esco per fare un giro, cammino, mi guardo intorno, studio e vengo studiato, cerco di strappare qualche informazione con gli occhi a questo ambiente così coerentemente discordante.

Innumerevoli occhi indagatori ti inseguono mentre cammini, perché sono gambe bianche a farlo; mentre mangi, perché sono dita bianche a tenere la forchetta e mentre seduto fumi una sigaretta, perché sono polmoni bianchi ad aspirare. Un muro di forzata gentilezza ti divide da loro e, a meno che non si crei della confidenza, ti vedranno sempre con un alieno arrivato da incredibili pianeti, dove i soldi li raccogli dagli alberi e dove tutti vivono felici e contenti.

Vivo nel quartiere dell’aeroporto della Ville, Antananarivo, capitale e simulacro di una città occidentale, quando di occidentale ha solo le apparenze, negozi e marche di abbigliamento. La vita è ovunque, in casa ci si va solo per mangiare o dormire, e nelle strade della Città dei Mille, fiumi di malgasci vibrano per andare al lavoro, al mercato (qui la spesa la si fa quasi ogni giorno) o a trovare qualcuno. Questo specchio del West però si frantuma appena ci si addentra nei quartieri più poveri, dove molte case sono baracche e i canali di scolo le lavatrici, o quando ci si allontana di una trentina di chilometri dalle città. L’asfalto allora sparisce, lascia spazio a strade di pietra dura e alla volatile terra rossa. Ovunque ti giri la polvere scarlatta ti circonda, la vivi, l’assapori e la distingui nei volti di chi l’ha respirata per tutta la vita.

Nei villaggi non ci sono strade, non c’è acqua nelle case e spesso non c’è neanche corrente elettrica, tranne quella contenuta nelle lampade o negli altoparlanti a ricarica solare; certo non avranno un armadio pieno di vestiti, un’auto o una casa che noi chiameremmo tale, ma in tutti i chilometri che ho visitato una costante immancabile è la musica: ascoltata dal retro di telefonini a tasti, da gracchianti altoparlanti negli autobus o in casse bluetooth sdraiate sulla terra nuda, la musica ti accompagna ovunque. Puoi scoprire malgasci annoiati a cimentarsi in balletti in ogni angolo dell’isola, a camminare la vita sempre a braccetto con una colonna sonora.

Per qualche curioso modo, non appaiono frustrati o nevrotici, certo soffrono non c’è dubbio, eppure ridono, ridono continuamente. In strada, nelle risaie o mentre attenti cercano la plastica dalle montagne di rifiuti, comunque chiacchierano cascate di parole, di ghigni, di insulti e risate.

Nonostante le difficoltà, le incomprensioni, le incongruenze e le ingiustizie, l’Isola ti seduce con la sua vita così incomprensibilmente semplice, ti abbraccia con il sole caldo e il cielo immenso e ti saluta dolce con una sana stanchezza quando la sera ti addormenti sotto le sue stelle.

“Sono contento di essere qui” mi dice Suor Colombe, ripetendomi essere l’unica frase che si ricorda in italiano.

Giorgio, operatore volontario di Servizio Civile Universale in Madagascar

 

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