Servizio Civile Universale

Greta in Madagascar

Written by Francesca

Allora tutto bene? Come sta andando in Madagascar?” è quello che mi sono sentita chiedere più spesso in questi ultimi tre mesi. Il più delle volte le mie risposte non vanno mai oltre ad un banalissimo e convenevole “bene”, come se questa fosse la domanda più scomoda che qualcuno mi possa porre . Davvero non so mai cosa rispondere, e non perché io non abbia niente da dire, sia chiaro, ma proprio perché , forse, da dire, c ’è pure troppo , e si sa, a volte il troppo stroppia. La realtà è che cominciare risulta sempre la cosa più difficile, ma penso a ciò che direbbe mia madre “tu intanto da qualche parte comincia”.  E allora iniziamo.

Le bambine del foyer di Ivato hanno rappresentato per me , tre mesi fa, il primo incontro con la terra rossa. Ricordo ancora la loro emozione nell’ intonare “Mana honare , salama ve ….….” (questa canzone non vi uscirà più dalla testa) al nostro arrivo, e come tale felicità sia subito diventata la mia . Una settimana dopo si è aggiunta la grande e caotica Tana, dove vivo e presto servizio e luogo dove i l mio inizio ha avuto origine. Nel tempo, è anche diventata il luogo delle mie prime volte del lasciare e dell’accogliere, del doversi reinventare , del mora mora, traducibile con piano piano, ma che io preferisco definire come l’imparare ad aspettare con pace, abbastanza complicato per una persona impaziente come me. È lo spazio in cui per definizione sono un vazaha , uno straniero che, a volte, si sente un po’ fuori posto, venendo minuziosamente osservato in ogni suo piccolo particolare, guardato con invidia, tanto da provocare un certo senso di colpa per essere un privilegiato, perché diciamocelo qui è parte di quello che rappresentiamo.
Tana è il luogo in cui pian piano ho cominciato a lasciare le mie vecchie abitudini per accoglierne, o ritrovarne, di nuove, come una sveglia che suona tutti i giorni alle 7:00 (io che potrei dormire all’infinito) come i pranzi e le cene insieme ad una media di quindici suore che a turno ti chiedono se ça va o se ci sono delle vaovao , delle novità, io abituata a mangiare nel silenzio dei miei pensieri. È il posto in cui ho cominciato a fare mio il concetto del non dover forzatamente pensare all’indomani ma di vivere solamente nel presente , perché qui, in Madagascar, le carte in tavola cambiano, sempre.
Qui, per la prima volta , sto dando tempo a me stessa e agli altri , imparando a godere di esso. Sto gioendo e festeggiando con chiunque pour n’importe quelle raison, un motivo per ballare, cantare o mangiare un gateau lo si trova sempre.
In questa città in cui tutto corre e non è mai uguale, ho per la prima volta trovato una routine che mi accompagna e non mi sovrasta. Ogni giorno, mentre nel mio amato silenzio mattutino faccio colazione, Suor Norma mi chiede la stessa cosa: Vai a scuola?” Si, Suor Norma, anche oggi vado a scuola. Ed è proprio a scuola che ho iniziato ad essere la maestra di francese di numerose bande di marmocchi pestiferi dai quattro ai dodici anni. Chi lo avrebbe mai detto. Ma , soprattutto chi avrebbe mai detto che questi bambini li avrei adorati, e che avrei adorato il loro modo di chiamare il mio nome a macchinetta cinquanta volte al secondo, o il loro riconoscermi per strada, alle feste di quartiere o al mercato, il dovermi per forza saltare addosso minimo in quattro (sia mai che io riesca a stare in piedi), toccando continuamente capelli, braccia e gambe, annusando l’odore della mia pelle, delle mie mani e dei mei vestiti. Che il loro voler stare con me, il dover assolutamente farmi conoscere la loro mamma, fratello, nonna o cugino di quindicesimo grado mi avrebbe fatto sentire ogni singola volta come una piccola parte integrante della loro quotidianità.
“Allora tutto bene? Come sta andando in Madagascar?” A chi me lo chiede potrei piuttosto rispondere che qui comincia l’ eccezionale. Mazotoa

Greta, operatrice volontaria di SCU in Madagascar

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