Sono qui, distesa per terra sul pavimento della mia camera, con il rumore della pioggia in sottofondo.
Non so quante volte ho provato a riscrivere questo articolo. Vorrei riuscire a trasmettere tutto, ma mi sembra non sia mai abbastanza.
Abito in Madagascar da quasi cinque mesi. Ho appena fatto il calcolo e ancora non mi sembra vero.
I piedi sempre sporchi.
La voglia di imparare meglio il malgascio.
Aspettare che la barca sia piena, aspettare che il taxi Brusse sia pieno, aspettare tutto.
Le piogge torrenziali, il sole cocente.
Essere bianca in una città piena di colore.
Piano piano, da vazaha a gasy malandy (malgascia bianca).
Ma lo so: me lo faccio dire solo per accontentarmi, rimango vazaha.
Solo con più consapevolezza.
Vivere questa vita mi viene naturale, senza sforzo.
In Occidente abbiamo reso imbarazzanti cose naturalissime, aggiungendo sovrastrutture non necessarie.
Nonostante certi limiti dettati da una cultura diversa, qui mi sento finalmente libera.
Gli occhi dei bambini pieni d’amore.
La fiducia nel prossimo.
Il supporto reciproco.
Forse sono solo pensieri confusi.
Ho così tante immagini nella mente.
Ma la più indelebile è quella di Ariel, una bambina di soli 2 mesi che si abbandona tra le mie braccia e si addormenta.
Non so se ci sia un senso a tutto, ma nonostante non sia indispensabile, sto trovando il mio senso qui.
Silvia, operatrice volontaria di Servizio Civile Universale in Madagascar

