“Se avevi capito qualcosa nella vita, non stavi qua”, mi ha detto una volta un Maestro, poi ci siamo abbracciati. Erano i giorni indimenticabili della formazione pre-partenza. Ho immediatamente pensato che avesse ragione.
Sono partito per la Repubblica Dominicana provando, nel mio insensato e sensatissimo desiderio di Essere Tutto, a tenere insieme i mille pezzi in cui mi ero rotto scegliendo di partire: al tempo stesso, mi sentivo irresistibilmente attratto da un Viaggio che a diciannove anni era il mio progetto di vita e il mio sogno di rivoluzione e sorpreso dalla leggerezza con cui lasciavo la casa della mia prima indipendenza, il lavoro che sento essere la mia strada, la relazione più importante della mia vita, la mia famiglia e la comunità di bambini, aule, campi da calcio e teatri che animava le mie giornate. Mi sentivo vivo come un sognatore e ingrato come chi disperde in un giorno la fortuna costruita in anni.
Ad alimentare la mia confusione, un cambio di sede: qualche mese prima della partenza sono stato spostato dalle silenziose baie di Barahona – che poi ho scoperto essere tutto meno che silenziose – a Santo Domingo – che invece è proprio il casino che immaginavo.
Per fortuna, le cose reali sono molto più semplici delle cose pensate. Dopo giorni di ambientamento che al tempo mi sono parsi eterni e adesso mi sembrano un soffio, sono stato catapultato nella mia quotidianità: la scuola parrocchiale di Cristo Rey, nel barrio omonimo. I miei amici dominicani, quando sentono dove lavoro, spalancano gli occhi come se ogni mattina mi addentrassi nella foresta amazzonica. Il quartiere è caotico e odora di empanadas, detersivo e spazzatura cotta al sole. La mattina sonnecchia e la sera scoppia di vita e denbow. I residenti mi hanno comunque sconsigliato di vagabondarci quando scende il sole. Eppure, ogni mattina, mentre cammino verso la scuola, lo trovo pieno di volti sempre meno enigmatici e sorrisi e saluti sempre più frequenti. Due uomini che incrocio ogni mattina allo stesso angolo hanno persino iniziato a invitarmi a prendere un caffè con loro. Quando non sono in ritardo, accetto di bere questo miele bollente che chiamano café dominicano.
La scuola ha seicento bambini, pochi professori e spazi limitati ma usati in maniera estremamente flessibile. L’habitat perfetto per chi ha voglia di rimboccarsi le maniche. Mi hanno messo a insegnare inglese e allenare le squadre di calcio della scuola, dai bambini di nove anni, ai ragazzi di quattordici. La fiducia nei miei confronti è totale. A volte nasce dalla stima, altre dalla disperazione di cercare di garantire tutte le ore con un personale tanto limitato. Per quanto mi riguarda, gusto ogni ora di insegnamento come fosse un regalo, un’opportunità di rendere il mio spagnolo meno legnoso e le relazioni coi bambini e i ragazzi più autentiche. Le classi sono abbondanti, fino a 45 alunni. Nascosti dietro le uniformi, a prima vista sono tutti uguali. Serve tempo, attenzione e cura per iniziare a intravedere sotto l’apparenza, le loro storie disuguali. In questi mesi mi sono state affidate perle, confessate tragedie e gridate sottovoce richieste di aiuto; una ragazza mi ha scritto una lettera in italiano per ringraziarmi di averle permesso di coltivare la sua passione per il calcio, il testo è tanto bello che l’ho appeso in camera in modo da vederlo ogni mattina e ricordarmi perché ho scelto questo lavoro; un bambino dagli occhi tristi e il sorriso bianco mi ha chiesto se quando avrò dei figli li picchierò. Ho detto di no. Mi ha chiesto se non ho paura che così diventino dei criminali. Quando sono riuscito a vincere la fatica della giornata e l’egocentrismo per fare uno spazio adeguato alla loro storia, e anche tutte le volte che ho sofferto per non esserne stato capace, ho riscoperto il senso più profondo dell’educare. Allora mi sono sentito nel posto giusto del mondo: quello in cui un’ora caotica di lezione può cambiare un destino e un’ora di attenzione una vita. E poi, forse, il mondo. Allora ho desiderato continuare ad Esserci, a sentirmi sommergere ogni mattina dagli abbracci gratuiti dei bambini che perdonano in pochi secondi le mie rigidità imperdonabili, a ricambiare le strette di mano toste degli adolescenti che mi parlano quasi sempre di calcio ma quasi mai per parlare di calcio e i saluti timidi delle ragazze dietro i quali si nascondano domande scomode e il coraggio di farle. Provare a donarmi a loro, per me, significa allargare, forse, la loro vita, sicuramente la mia.
Scrivendo, mi sembrano già tutte cose che valgono una vita; eppure questi primi cinque mesi di Servizio Civile non sono stati solo questo. Sono stati le attenzioni e le preghiere delle suore, con la loro attenzione così materna che sempre mi fa sentire pensato e desiderato; sono stati i sabati pomeriggio all’Oratorio a giocare a domino e a far vestire da re Magi ragazzi che sembrano uomini e donne; sono stati mesi di scuola di salsa per provare, da pessimo ballerino quale sono, a entrare in questo lato così splendidamente corporeo e affascinante della cultura dominicana; sono stati l’inquinamento di Santo Domingo che mi ha fatto tornare i brufoli che avevo a quindici anni; sono stati le giornate infinite a surfare a nord, a farmi insegnare la contemplazione e centrifugare il cervello dalle onde di Playa Encuentro e da Daniel, il mio meraviglioso maestro; sono stati la Missione alla Descubierta, in una delle province più povere del paese, dove cinquecento adolescenti ci hanno quasi schiacciato una volta annunciato che davamo la cena e l’attenzione assoluta di trecento bambini mi ha fatto scendere i lacrimoni mentre recitavo davanti a loro di essere Gesù che li invitava a parlare dei loro segreti più dolorosi, in una due giorni dedicata alla prevenzione dell’abuso sui bambini; sono stati giornate improvvise a sentirmi la persona più sola e stupida del mondo, incapace di farmi amici e di sostenere una conversazione in spagnolo; sono stati la responsabile di progetto più traboccante di vita e di chiacchere che potessi desiderare; sono stati lunghi fine settimana di formazione con centinaia di animatori salesiani a parlare di cose di cui parlo troppo poco o troppo poco sul serio come l’anima, il silenzio, la vocazione, la sessualità e la relazione; sono stati i mercoledì a giocare a calcetto in Parque Indipendencia, i colmados che riproducono bachata a un volume sufficiente per fare ballare uno stadio; sono stai le mie sorelle per caso diventate a volte compagne di vita, a volte sconosciute, lunghi abbracci e bronci dopo una discussione scomoda; e ancora mille altre cose che non enumero e altre che vorrei raccontare ma scordo.
Penso ancora una volta a quella frase che mi ha fatto sorridere e mi ha schiuso un abbraccio. Se avevo capito qualcosa della vita, non stavo qua. Me lo ripeto e sorrido, come di fronte al difetto dell’amico di una vita che prima si perdona ma a cui, col tempo, si finisce per affezionarsi. Mi viene in mente che ci sono cose che non si capiscono mai con la testa, ma immediatamente con lo stomaco. Allora mi sento esattamente dove dovrei essere, in un’aula, in un ballo, in un’onda, in un silenzio, in un abbraccio dall’altra parte del mondo, in uno dei molti Sud che popolavano i sogni della mia adolescenza e che adesso è semplicemente Casa, ritrovando la radice delle scelte che tanto ho amato e che mi hanno portato ad essere quello che probabilmente devo essere: la persona sbagliata… nel posto giusto.
Giovanni, operatore volontario di Servizio Civile Universale a Santo Domingo

