Servizio Civile Universale

Gloria e i suoi mesi a Porto Rico

Written by Francesca

Notifiche,
mail,
documenti
e un’attesa esasperante.
Cinque minuti? Cinque mesi? Non ha importanza, rimane insostenibilmente lunga.
Poi, nel mezzo di questo vortice, senti il rumore di una porta automatica che si chiude dietro di te, e ad accoglierti c’è un sorriso, luminoso e bianco come il velo che lo incornicia.
Mentirei nel dirvi che è tutto facile, divertente e bellissimo; ho perso il conto dei momenti in cui ho pensato di non farcela.
L’ultima volta che ho avuto questa convinzione?
Stamattina.
Eppure sono qui, a cercare inutilmente di dirvi a parole qualcosa che deve essere vissuto.
Casa Juan Bosco è diventata la mia casa, come lo è per molti ragazzi dei residenciales di Aguadilla. È un progetto diverso da quelli (altrettanto preziosi) dei nostri compagni d’avventura in Madagascar o in Messico.
I nostri bambini hanno cibo e vestiti in abbondanza; hanno giochi, cellulari e case. Ma spesso queste case sono vuote.
Figli indesiderati di una cultura consumista, passano i loro pomeriggi qui non perché manchi loro un pallone, ne hanno mille, ma per stare con qualcuno che, sorridendo, quel pallone glielo lanci.
È la parte più bella e complessa di questa esperienza.
Sarebbe più facile renderli felici con una maglietta o una zuppa calda, ma quello di cui hanno bisogno è amore. Come vuole la filosofia pedagogica di Don Bosco, hanno bisogno di presenza: la consapevolezza che io sia lì, non per una lezione di storia, ma per loro. E bisogna continuare a esserci, contatto l’amore possibile, nonostante dall’altra parte si innalzi spesso un muro di indifferenze taglienti che nascondono assenze e dolori profondi.
Nel viso dei ragazzi rivedo la storia di un popolo che sto imparando a conoscere, tra lotte identitarie e bisogni rimpiazzati da “soluzioni” rapide, usa e getta, di una realtà che sta dimenticando la cura.
Nove mesi mi sembravano troppi. “Come farò a stare tutto questo tempo nello stesso posto?”, mi chiedevo.
Eppure, adesso credo non siano abbastanza.
Ho bisogno di più tempo per far crescere le piante sul nostro balcone, i semi di aguacate e tutto questo amore appena nato che non vuole morire.
Da quando sono arrivata, ogni volta che penso a dove sono e a cosa sto facendo, piango.
Piango non per gioia o per tristezza; piango insieme al cielo, perché il mio corpo non basta a contenere tutte le emozioni di questa esperienza.
Non vuole tenerle tutte per sé, così le fluidifica per condividerle con il mondo.
Scende una lacrima amara: dentro ci sono gli occhi di L. mentre dice: “Io non sono mai felice, soprattutto a casa”. Poi, come un vetro nei giardini di pioggia, un’altra goccia un po’ più dolce raggiunge la sua gemella: contiene il caldo e raro abbraccio di Y., con il suo “Gracias Missi”.
E giù un temporale di grida, tagli, sorrisi, piccoli traguardi e gatti scheletrici ai bordi delle strade.
Le gocce si uniscono e diventano un fiume che scorre dal centro dell’isola, custodito dall’ombra di palme e alberi tropicali; plasma pietre resilienti con incisioni secolari e arriva al mare, dove l’ultima ora di luce si scioglie delicatamente nel blu salato della memoria.
È così che ritrovo, nei miei occhi bagnati di cruda vita, la meraviglia dei colori di queste acque lontane.
Il servizio civile mi sta spezzando il cuore, ma è una demolizione indispensabile per renderlo un po’ più grande.
O almeno, abbastanza grande da poterne seminare un pezzetto in queste stanze e sperare che venga annaffiato da chi verrà dopo di me.

Gloria, operatrice volontaria di Servizio Civile Universale a Porto Rico

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