Sono arrivata in Madagascar come chi varca un confine senza cartina: non un ingresso netto, ma una sospensione. L’aeroporto, il cartello con la sigla FMA, le suore che ci attendono con una gioia
che sembra esplodere – e io, straniera e impacciata, che cerco di capire il ritmo di quei tre baci, di quell’abbraccio, di quel canto malgascio che accoglie. Dal finestrino scorrono risaie lucide, case di
terra rossa, bambini scalzi che corrono nell’acqua: immagini che ti stringono la gola e ti chiedono una risposta più che un giudizio.
Imparare a stare qui è stato un esercizio quotidiano di sottrazione e di aggiunta. Ho dovuto rinunciare all’ansia di riempire il tempo e ho imparato la grammatica della lentezza – mora mora – che ordina i giorni: la preghiera che segna l’inizio delle lezioni, le pause che si dilatano, i gesti delle suore che sostengono senza fare clamore. Questa lentezza non è inerzia: è cura che si dispiega in piccoli riti, in attese condivise, in un modo di misurare il mondo che non coincide con la nostra fretta.
I bambini sono il paesaggio più vero di questi mesi: i piccolissimi dell’asilo, gli occhi ridenti dei bambini delle elementari, l’irriverente curiosità degli adolescenti. Sono mani che cercano, voci che interpellano, corpi che narrano storie di assenze. Ci sono momenti di tenerezza inaspettata – sedersi per strada a dividere semi di baobab con un bimbo che ti sorride come se ogni morso fosse una promessa – e momenti che pungono come spine, quando la realtà svela la sua durezza e la nostra comprensione appare insufficiente – come vedere un bambino dormire nella spazzatura o un altro abbeverarsi da una pozzanghera.
Vorrei qui soffermarmi su un episodio che mi pare emblematico, perché racchiude la contraddizione di questi primi mesi: la Giornata del Bambino al Givelet, il giorno in cui la scuola si veste a festa e il centro città risuona di cori e di colori. Tra i cori e le sfilate è apparso Patrick – scalzo, malvestito, la polvere ancora attaccata alle guance – attratto dalla promessa di un pasto e dalla curiosità che ogni festa dispensa. Quando i bambini della scuola lo hanno respinto, e quando un adulto lo ha strappato per il bavero e lo ha trascinato fuori, ho visto materializzarsi davanti a me una verità amara: l’istituzione che dovrebbe accogliere a volte esclude. Abbiamo inseguito Patrick, abbiamo chiesto di poterlo far mangiare con noi; abbiamo offerto persino denaro per un posto in più, e la risposta «non c’è posto» ha suonato come una sentenza. Solo l’intervento della direttrice ha riaperto una possibilità; eppure il bambino, riconoscendo chi lo aveva respinto, è fuggito, terrorizzato. Lo abbiamo convinto a tornare. Ha mangiato con voracità, come se volesse consumare in fretta ciò che la fame gli aveva negato per giorni. Quel pasto non ha cambiato il corso della sua vita, ma per qualche ora gli ha detto che la sua esistenza conta. È un gesto piccolo, eppure di ribellione contro un ordine che normalizza l’esclusione.
Quell’episodio mi ha insegnato una lezione semplice e dolorosa: non bastano le parole della cura se i gesti quotidiani le contraddicono. La retorica dell’aiuto può convivere con la pratica
dell’esclusione; e spesso sono gli adulti, non i bambini, a tradire i principi in cui crediamo. Per questo il nostro intervento qui non può limitarsi all’emergenza emotiva o alla carità di passaggio,
bensì deve essere lavoro pedagogico, costruzione di routine, formazione che fili le opportunità e dia strumenti concreti per l’autonomia.
E poi ci sono i volti: le suore che presidiano la normalità della cura con discrezione e fermezza; Vanessa, compagna di questa vita e confidente; Laura, che custodisce il suo amore per gli animali in
una città dove il cibo è raro e la compassione è spesso vista come stramberia. I volti raccontano storie: di lutti che si celebrano per giorni, di zebu macellati in mezzo alla strada, di ragazzi che
manifestano sapendo che la polizia ha già sparato. Sono volti che ti interrogano, che ti chiedono di scegliere tra il giudizio e l’ascolto.
Scrivere di questi primi mesi è anche prendere atto di un privilegio: quello di poter scegliere di restare, di poter offrire tempo e non solo denaro, di potersi arricchire di prospettive che ospitano il
passato e il futuro degli altri. Non siamo qui per riscattarci né per portar via le storie altrui; siamo qui per tessere, mora mora, relazioni che resistano alla tentazione del gesto spettacolare.
A chi legge, e soprattutto a chi sostiene il nostro lavoro: chiediamo presenza, continuità, scelte educative che investono nel lungo periodo. Chiediamo che la solidarietà non resti un riflesso
istantaneo ma diventi tessuto quotidiano. Qui, fra risaie e lampi di sorriso, insieme alle suore si costruiscono possibilità: non salvezze fulminee, ma passi, che uno dopo l’altro, tengono insieme
dignità e speranza.
Scrivere di questi primi mesi significa accettare di non avere una conclusione. Non c’è un punto d’arrivo, solo un processo lento di radicamento e di perdita delle certezze. So però che questa esperienza mi sta insegnando un modo diverso di stare al mondo: meno centrato, meno risolutivo, più attento. Qui ho imparato che la presenza conta anche quando non produce risultati visibili, che condividere uno spazio, un tempo, un pasto può essere già un atto politico.
Il Madagascar non mi ha chiesto di essere compreso.
Mi ha chiesto di restare.
Alessia, operatrice volontaria di Servizio Civile Universale a Fianarantsoa – Madagascar

